Andrea Calestani Photographer

“el Navili”

[…] Paziente l’ho attesa, l’ho seguita, osservata: la sua gente. Quella che passa di lì tutti i giorni. Frettolosa. Entra, esce, lo scavalca. Non so se lo osserva, tanto è scontato “lui” è lì. Come formiche disturbate intorno al formicaio: su e giù per le scale dei ponti, magari a “lucchettare” qualche scompaginato amore sulla balaustra del “Merini”. Nel viavai ho origliato il vociare per le ripe, appena percettibile a rompere l’iconico silenzio della fotografia. Oppure l’altra gente, allogena. Stordente. Vociante. Onde tumultuose di corpi che invadono ripe e barconi. S’assiepano, sgomitano, assaltano quell’ambìto pulpito appena sopra l’acqua. Laiche sacerdotesse agghindate, dedite a rigeneranti riti pagani dentro una “uninterrupted fashion week” per cangiante movida.

Peraltro, noncurante, per veniale presunzione “lui” sa: loro passano, passeranno. Lui resta sempre lì dov’è, in sembiante immobilità. Tanto è stato lui per secoli ad accudire, con fatica, ogni commercio e bisogno d’ingrandimento della futura metropoli.

Quando ho rimesso l’occhio sullo schermo della macchina fotografica per spingermi un po’ più in là, ho incontrato le sue linee. Il nitore di quei segni geometrici, essenziali all’infinito. Il Naviglio, devo ammettere, ha avuto un diligente e scrupoloso geometra, indaffarato il dovuto a incrociare sulle carte righelli, squadre, goniometri, senza lasciare al caso alcun cordolo delle sue ripe.

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